Dario Hubner: la leggenda di Tatanka capo tribù dei Bomber di provincia

Bomber Dario Hubner

Il prototipo del vero bomber di provincia, con tutti i suoi vizi e le sue virtù

Dario Hubner è uno di quei personaggi che conosciamo tutti.

No, non si parla dei tanti gol in serie A, delle leggende, vere o presunte, che sono fiorite attorno alla sua immagine, del suo diventare icona di un certo modo "underground" di vivere il calcio, celebrato da cantautori come Calcutta che gli dedicano canzoni.

È proprio la tipologia del calciatore a restituirci qualcosa di familiare, che abbiamo già visto e sentito.

Tutti abbiamo un Hubner

Il mondo del calcio di provincia è un universo bellissimo e multiforme. Chiunque abbia giocato almeno un po' a pallone, conosce quell'atmosfera inebriante e goliardica che si respira negli spogliatoi di provincia quando al termine dell'allenamento si corre al bar per reintegrare abbondantemente i liquidi spesi.

In quel sotto bosco di umanità che sono i cosiddetti "baretti" si parla di calcio, quello dei massimi sistemi della serie A e della Champions, ma anche di quello più alla portata, delle squadrette di paese che hanno il fenomeno di turno, quello che "con un po' di testa avrebbe potuto arrivare in serie A".

Dario Hubner è proprio il fenomeno del paese. Quello che la domenica al campo del prete segnava decine di gol. Quello che arrivava all'allenamento alle sette di sera dopo una giornata a sgobbare come carpentiere, solo per sfogarsi un po' e farsi la birretta con gli amici nel post.

Personaggi come quelli abitano da decenni la provincia del pallone. La cosa bella è che ogni tanto la leggenda di paese si trasforma in realtà del calcio, e diventa improvvisamente "quello che ce l'ha fatta". Ma in mezzo ci sono tanti allenamenti col freddo che ti entra nelle ossa, con campi di fango che ti lasciano le gambe di legno per giorni.

Hubner di provincia così ne ha masticata un po' nella sua carriera, partendo dalla Muggesana, piccolo team vicino a Trieste, sua città natale. Quando ha 20 anni, gli osservatori delle grandi squadre del nord non fanno certo tappa a Muggia, e nemmeno quelli della vicina Triestina si accorgono di questo bisonte d'area. Lo notano invece quelli della Euromobil Pievigina, che già dal nome profuma di lavoro duro e calcio di provincia. Lo portano a giocare in Interregionale, dove la paga è poco più che un rimborso spese per la benzina del tragitto da casa al campo.

È la stagione 87/88, quella che consacra il Milan di Sacchi sulla cima della serie A, ma parecchie classifiche più giù sta iniziando una di quelle storie di calcio che innamorano e che rendono questo sport speciale. Hubner segna 10 gol alla sua prima stagione da calciatore semi professionista, e da li gli viene fatta l'offerta per fare di questa passione un mestiere.

Il salto tra i pro

Bisogna pensarci bene. Quello del carpentiere è un lavoro sicuro, lo si può fare anche a 50, 60, e perfino 70 anni. Ma tirare calci ad un pallone è un salto nel vuoto. Per chi cresce immerso nel lavoro e nei sacrifici, il pallone è l'hobby della domenica, quello che serve a mantenere unita una cerchia di amici e a riempire il solito bar.

Ma quando a 21 anni ti offrono dei soldi per buttare una palla in gol, l'offerta ti spiazza. Ad Hubner però interessa solo giocare a calcio ed ecco quindi che arriva la stagione con il Pergocrema in C2 e poi quelle con il Fano, dove la palla iniziare a gonfiare la rete con una certa regolarità, sotto la guida di mister Guidolin.

L'estate del 1992 è il momento in cui Dario Hubner capisce che il calcio è davvero diventato il suo mestiere, e che al bar del suo paese sta diventando "quello che ce l'ha fatta": lo vuole il Cesena per giocare in serie B. Le stagioni romagnole sono 5, e tutte marchiate con la doppia cifra di gol, per un totale di 77 reti con la maglia bianconera e un titolo di capocannoniere nel 95/96.

Ovvio ed inevitabile fare un ulteriore gradino, quello più alto e difficile. quello della serie A.

Ma chi era Dario Hubner?

Ma prima di vedere l'impatto di Hubner nella massima cerchiamo di spiegare a chi non l'avesse mai visto giocare chi era Dario Hubner e perché aveva questa sana abitudine si bucare i portieri avversari.

Dal punto di vista tattico Hubner era perfetto per una squadra che giocava in contropiede. Era veloce e fiutava lo spazio utile in maniera impeccabile. I suoi movimenti da attaccante erano naturali, si vedeva che era un giocatore nato per fare gol. Esteticamente bruttino a vedersi, aveva un fisico massiccio e compatto, una schiena leggermente ricurva che gli regalava una piccola gobba tra le spalle, che lo rendeva un po'sgraziato nell'incedere.

A causa di questa conformazione fisica sembrava sempre leggermente scoordinato, ma in qualche maniera la forza fisica gli consentiva di eseguire i movimenti di tiro a rete in maniera eccellente il più delle volte.

Nonostante sembri più la descrizione del gobbo di Notre Dame che di un calciatore, alla fine Hubner era efficace anche perché supportato da un'insospettabile tecnica di base. Guardando alcuni suoi gol possiamo vedere pallonetti liftati, stop pregevoli e altre testimonianze di piedi tutt'altro che maleducati. La statura nella norma non lo aiutava moltissimo nel gioco aereo, ma tempismo e capacità di conquistare la posizione gli hanno garantito anche qualche rete di testa.

Con queste premesse tecnico-tattiche Hubner si accinge nell'estate del 1997, a fare il suo esordio in serie A a 30 anni, perché un'altra delle caratteristiche del Bomber di provincia è quella di arrivare tardi al grande palcoscenico, dopo una gavetta che aiuta a crearne il mito.

L'esordio in serie A

Che cos'hanno in comune Dario Hubner e Luis Nazario de Lima Ronaldo? Ok all'apparenza nulla, e sembrano provenire da pianeti diametralmente opposti.

In realtà hanno in comune la data d'esordio in serie A: 31 agosto 1997, giorno in cui in tutta Italia si attende l'alba della prima stagione italiana di Ronaldo il Fenomeno.

Quella gara è davvero paradigmatica di quelle che sono le favole della provincia calcistica: il calciatore più forte, pagato e celebrato del pianeta da un lato, dall'altro il rude e sgraziato Bomber di provincia, che dopo la gavetta assaggia la serie A superati i 30 anni, sapendo che potrebbe essere un'emozione effimera.

Come finisce quel giorno? Ovvio, segna Darione Hubner. Sennò che favola sarebbe?

E lo fa con un gol tutt'altro che banale: a 20' dalla fine viene cercato con una lancio telecomandato da un Pirlo particamente ancora liceale. Hubner è spalle alla porta, dietro di lui Galante lo contiene, anche perché non può aspettarsi che questo minatore del pallone si trasformi in ballerina. Invece è proprio quello che accade: Hubner stoppa a seguire con la coscia destra, ed esegue una torsione fulminea per colpire la palla di sinistro, con la sfera che frusta la rete proprio nel "sette" del primo palo della porta difesa da Pagliuca, che non può far altro che guardare, ed imprecare.

Ronaldo di qua, Ronaldo di la, e poi alla fine arriva Hubner. Purtroppo per lui l'ultima parola di quella partita spetterà al terzo incomodo, Alvaro Recoba, che quel giorno porta in campo un cannone al posto del sinistro ed impallina per due volte l'attonito Cervone nel finale di partita.

Il ghiaccio è rotto però, e da li in poi inizia la leggenda di Tatanka, il bisonte dell'area di rigore che detta legge anche in serie A. Alla seconda giornata di quel campionato Hubner ne infila 3 alla Sampdoria, e tutta l'Italia inizia a parlare di lui. Gli anni bresciani sono prolifici di gol, anche perché Hubner ha la possibilità di giocare con grandi campioni, come Pirlo e Roby Baggio. Rimane fino al 2001, quando sembra al tramonto della carriera.

Tatanka come Trezeguet

Quando nell'estate del 2001 Hubner lascia Brescia ha già 34 anni. Il meglio sembra passato, e nelle precedenti 4 stagioni di A Tatanka ha griffato la bellezza di 75 gol in appena 129 partite. Numeri da centravanti della nazionale. Qualcuno lo propone anche per la maglia azzurra, ma sembra troppo, e soprattutto sembra tardi.

A dargli una maglia per continuare pascolare nei campi di A ci pensa il Piacenza, che però non si aspetta quello che la stagione 2001/2002 racconterà a tutti gli appassionati di pallone e allo stesso Hubner. Domenica dopo domenica, pensando una partita alla volta Hubner segna, con regolarità disarmante. Segna da solo la metà dei gol della sua squadra.

Alla fine del campionato il tassametro del gol conta 24 centri sui 49 totali messi a segno da quel Piacenza operaio di Novellino, che si salva senza troppi patemi.

Tatanka, 35 anni sulle spalle ingobbite, si toglie la soddisfazione massima per un goleador e si siede sul trono dei cannonieri, in coabitazione con Trezeguet. Questo exploit gli regala anche un record, che condivide con un altro Bomber da leggenda come Igor Protti, cioè quello di essere stati gli unici giocatori a vincere la classifica dei marcatori nei tre principali campionati professionistici, vale a dire Serie A, serie B e C1.

Grazie alle 24 reti Hubner si guadagna anche una sorta di viaggio premio, che celebra in qualche maniera la sua carriera: viene chiamato dal Milan a giocare una tournée di fine campionato. Ma in realtà si parla di lui anche in chiave mercato, lo vogliono le grandi per farne il rincalzo perfetto del reparto d'attacco.

Ma proprio le settimane con la maglia rossonera gli fanno capire che la sua dimensione giusta è quella della provincia: se vai alla Juve, non ti puoi permettere il grappino dopo pranzo a 3 ore dalla partita.

Se vai all'Inter e magari sbagli un gol, perché può capitare, troppi tifosi sarebbero pronti a rinfacciarti le decine di Marlboro rosse che assapori durante il giorno.

Meglio la provincia, anche perché a Darione Hubner non interessava il contratto della vita: per lui già essere pagato per dare calci a un pallone era follia pura. Quindi meglio farlo alle proprie regole: in campo dove dentro i 16 metri la legge era lui.

Fuori, dove non si poteva rinunciare a quel contorno di umanità che rende la provincia del calcio, e suoi eroi, un posto del cuore per milioni di appassionati.